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Blogger: Herta1971
Nome: Herta Mascher
Sono una mamma di 2 bimbe piccole, preoccupata per il loro futuro in questo mondo, che non ha rispetto per nessuno nemmeno degli angeli sono anche amica di Frassi e la sua associazione Prometeo, dalla parte dei bambini. Ho deciso di aprire un blog per potermi tenere aggiornata degli orrori che purtroppo devastano l'infanzia,e nella mia misera possibilità rendere partecipe chi interessato,scambiando opinioni e fatti di cronaca.Ma soprattutto per gridare il mio NO ALLA PEDOFILIA ed a OGNI TIPO DI VIOLENZA PERPETRATA ALL' INFANZIA ( la cosa più preziosa che ci sia stata donata). AVVERTENZA: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.non può per tanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7.03.2001 Visto gli argomenti trattati ed il linguaggio utilizzato, il blog è riservato ad un pubblico adulto. L'autore di questo blog non risponde dei commenti, anonimi e non inseriti dagli utenti

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Storie di Angeli e Bimbi

domenica, 29 giugno 2008

STUPRO

L'arma peggiore che l'uomo usa per sottomettere, umiliare, distruggere,ferire,  donne, ragazze e bambine. Un orrenda arma  per sentirsi potenti, padroni della vittima e dimostrare la loro forza e diritto nei nostri confronti come ai tempi del patriarcato.

A settembre, la rivista medica britannica “The Lancet” pubblica un rapporto sconvolgente in cui si dice che durante il colpo di stato ad Haiti, guidato dagli USA dopo la destituzione nel 2004 del presidente democraticamente eletto Jean Bertrand Aristide, 8.000 persone sono state uccise e 35.000 donne e ragazze violentate. Tra i responsabili di queste azioni compaiono la polizia haitiana, bande, e “peacekeeper” ONU.

A fine novembre, la BBC manda in onda dei reportage di denuncia su nuovi episodi di violenza sessuale e abusi in Liberia e ad Haiti da parte di forze ONU. Le accuse chiamano in causa alcuni militari della MINUSTAH (United Nations Stabilization Mission in Haiti), impiegati in missione di “peace-keeping” nel piccolo stato caraibico. L'inchiesta della BBC è partita all'interno di un programma che si occupa di giovani sotto i 18 anni, “Generation Next”, in cui il conduttore, Mike Williams, ha intervistato alcune ragazzine ad Haiti: una ragazza di sedici anni ha riferito di essere stata rapita e violentata, all'interno di una base navale delle Nazioni Unite, da un militare brasiliano, quando aveva quattordici anni. I genitori della giovane hanno denunciato il fatto alle autorità dell'ONU presenti sul territorio, ma, nonostante le evidenti prove mediche, il soldato in questione è stato rimpatriato senza alcun provvedimento. Un'altra bambina ha affermato di essere stata stuprata da un peacekeeper a soli undici anni, e altri militari sono stati accusati di usufruire della prostituzione locale (anche minorile).

Nel Burundi, dove l'ONU è presente con 5.188 caschi blu, diversi soldati sono stati coinvolti in crimini legati alla prostituzione. Secondo Charles Mukasi, da sempre contrario all'arrivo del convoglio ONU in Burundi, «il fatto più grave non è tanto che questi soldati siano implicati in scandali sessuali, ma che siano venuti qui per proteggere la popolazione dal genocidio e da altri crimini contro l'umanità». Dal 2004 ad oggi, l'ONU ha messo sotto inchiesta, ben 319 “operatori di pace” delle Nazioni Unite, accusati di abusi sessuali verso le popolazioni che avrebbero dovuto proteggere: nel complesso, sono stati presi provvedimenti disciplinari (tra cui licenziamenti e rimpatri forzati) contro 179 soldati, poliziotti e civili.

Un rapporto ONU dello scorso ottobre, dedicato alla violenza contro le donne, stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 siano state violentate tra le 250.000 e le 500.000 donne, mentre in Bosnia tra le 20.000 e le 50.000. Per le milizie è un modo di umiliare il nemico, impedire che si riproduca - nel caso le donne vengano anche ammazzate - o (in Africa) diffondere il virus dell'AIDS. “Le violenze sessuali sono sempre meno una conseguenza della guerra e sempre più un'arma utilizzata a fini di terrore politico, di sradicamento di un gruppo, di un disegno di genocidio e di una volontà di epurazione etnica” (dall'introduzione a “Stupri di Guerra” di Karima Guenivet).

Karima Guenivet, una giornalista algerina esperta di diritto umanitario, ha ricostruito in maniera approfondita la storia di quel che è accaduto in tre regioni devastate dalla brutalità della violenza: l'Algeria, il Rwanda, la Bosnia. In particolare, Karima documenta la violenza contro le donne da parte dei militari, definendo lo stupro di guerra come un vero e proprio crimine contro l'umanità.


STUPRI DI MASSA

«Come altri soldati di altri eserciti, anche gli americani si sono resi responsabili di stupri durante la Seconda Guerra Mondiale. Le donne inglesi e francesi erano alleate, quelle tedesche nemiche, ma tutte sono rimaste vittime, a migliaia, di quella esasperata violenza sessuale che è lo stupro». Anche J. Robert Lilly, professore di sociologia e di criminologia alla Northern Kentucky University negli Stati Uniti e professore associato di sociologia e politica sociale all'Università di Durham in Gran Bretagna, si è occupato della questione pubblicando il saggio “Stupri di Guerra. Le violenze commesse dai soldati americani in Gran Bretagna, Francia e Germania” (Mursia Editore).

Il volto oscuro e sconosciuto dei «liberatori» è stato rivelato da documenti e testimonianze drammatiche conservati negli archivi dei tribunali militari americani. Tra il 1942 e il 1945, circa 17.000 donne di tutte le età, inglesi, francesi e tedesche, furono stuprate da soldati americani. Cause, modalità e conseguenze di questo agghiacciante fenomeno sono analizzate con rigore storico e descritte con un linguaggio contenuto e privo di sensazionalismi. La rilettura attenta degli atti dei processi e la voce dei testimoni permettono di ricostruire la verità storica dello «stupro di guerra», vietato dalla Convenzione di Ginevra nel 1949 e riconosciuto come crimine di guerra solo nel 1996.

Il libro di Lily colma un vuoto storico, affiancando agli stupri di massa commessi dall’Armata Rossa ai danni delle popolazioni civili della Germania Orientale (circa 2.000.000 di donne tra i 12 ed i 60 anni) le brutalità commesse dagli americani di Eisenhower. In Germania gli stupri furono 11.000, in Francia 3.620 ed in Gran Bretagna 2.420, senza contare quelli non denunciati. La furia bestiale che si abbattè sulle campagne e sui villaggi italiani, specie al Sud, dopo lo sbarco alleato ad Anzio e l'avanzata su Roma nella primavera del 1944, è ancora in parte sconosciuta, salvo che alle 60.000 donne, adolescenti e bambine, che ne furono le vittime. Il generale Juin, al termine della battaglia di Cassino, diede ai suoi “goumiers” (da “goum”, reparto militare marocchino arruolato nel medesimo villaggio e clan) carta bianca per due giorni, come premio della vittoria che implicava il diritto di vita e di morte sulle popolazioni civili, il furto dei loro beni e la violenza sulle donne.

D'altronde, era stato proprio questo l'incentivo che aveva convinto i marocchini a combattere per i francesi, andando all'assalto delle posizioni nemiche alla testa dei reparti alleati. Così, per due giorni e due notti, razziarono, violentarono, uccisero. Stuprarono donne e bambine, dagli otto agli ottant’anni, obbligando padri e mariti ad assistervi. Le violenze sessuali dei marocchini erano una specie di “promozione” che li elevava al rango di “dominatori”, di padroni assoluti della vita degli sconfitti, privati della loro dignità più intima, una testimonianza elementare di “possesso” che li ripagava dalla condizione di paria colonizzati dai bianchi. I francesi lasciavano fare dicendo che era impossibile governare i marocchini. Si finì per chiamare “marocchini” tutti i soldati africani che stupravano le donne e quel marchio d'infamia restò loro appiccato per sempre.

È per questo che nell'immaginario popolare “marocchino” divenne sinonimo - e lo è rimasto ancora oggi - di ferocia bestiale e di violentatore recidivo e abituale. Dopo la “liberazione” di Roma, le truppe coloniali francesi, marocchini, algerini e senegalesi, si sarebbero macchiate di atrocità e violenze sessuali anche in Toscana, nel Senese e all'isola d'Elba. Dopo la caduta di Montecassino, su precisa autorizzazione del comando francese, ebbero a disposizione le donne d'ogni età dei villaggi italiani conquistati. Una indagine ministeriale posteriore accertò che le donne violentate raggiungevano complessivamente la cifra di 60.000. La magistratura militare francese avviò 160 procedimenti giudiziari che riguardavano 360 individui. Il tribunale francese emise alcune condanne a morte e ai lavori forzati. Una quindicina di marocchini erano stati colti sul fatto e fucilati sul posto. In complesso, lo stato francese fu reticente e non riconobbe la vastità dei casi denunciati dagli italiani.

Nelle piazze dei paesi ciociari, ad Ausonia e Esperia, sorgono le lapidi che ricordano le vittime della violenza selvaggia dei “marocchi”, come li chiamano da quelle parti. Ma nessuno ama parlarne. I testimoni, e insieme le vittime di quella tragedia, sono morti da tempo. Da quelle violenze non nacquero figli. I marocchini erano affetti da gravi malattie veneree che trasmisero alle donne e alle bambine violentate. Malattie che provocarono interruzioni e aborti spontanei nella maggioranza dei casi. Solo pochi bambini meticci sopravvissero e le madri li allevarono amorevolmente rinunciando a sposarsi. Ma parecchie donne, specie le più giovani, non ressero alla vergogna e abbandonarono il paese per trasferirsi in città dove sarebbe stato più facile dimenticare e farsi dimenticare.

THE RAPE OF NANKING

L'occupazione della città cinese di Nanchino, il 13 dicembre 1937, uno dei momenti culminanti dell'invasione del territorio cinese da parte del Giappone, fu il momento più tragico e violento del comportamento criminale giapponese. Le vittime furono da 260.000 a 350.000 (secondo altri calcoli, i morti furono circa 350.000 e le donne violentate tra 20.000 e 80.000). Tutte uccise brutalmente, con una crudeltà ed una ferocia inaudite: decapitate dalle spade degli ufficiali giapponesi, sepolte vive, bruciate, bastonate, date in pasto ai cani, con un sadismo degno dei peggiori assassini. Vi furono, per esempio, gare tra ufficiali giapponesi a chi riusciva a decapitare con la propria spada più persone nel minor tempo (e di queste gare venivano anche pubblicate notizie e foto sui giornali giapponesi dell'epoca); molti soldati spedirono alle proprie fidanzate i teschi delle vittime, altri fotografavano le stragi o gli stupri per averne un ricordo.

Le violenze furono decise in parte dai comandanti supremi (è una pratica comune durante le guerre, per far sfogare alle proprie milizie tutta la rabbia, l'oppressione, l'isteria, l'adrenalina, accumulata durante le battaglie, ndr): leggittimati dai propri superiori, i soldati si abbandonarono così alle peggiori efferatezze contro la “razza inferiore” cinese. La vicenda è stata ricostruita da Iris Chang nel libro “Lo Stupro di Nanchino. L'Olocausto Dimenticato della Seconda Guerra Mondiale” (Milano, Corbaccio, 2000)

STUPRO ETNICO

stupro

Con lo stupro etnico, la violenza sessuale è stata impiegata come mezzo deliberato al servizio di interessi strategici. Ad esempio, durante la guerra del Kosovo, sono state violentate in Bosnia Erzegovina - e di conseguenza oltre un migliaio sono rimaste incinte - 20mila donne, in maggioranza musulmane. Numerosi stupri sono stati compiuti con la deliberata intenzione di ingravidare le donne e tenerle prigioniere fino al parto “come forma ulteriore di umiliazione”.

Il documentario “Calling the Ghost: a Story about Rape, War and Women”, girato dalla giornalista sudafricana Mandy Jacobson per la Women Make Movies, descrive, per bocca delle bambine protagoniste, il ratto subito in un campo di prigionia serbo (il responsabile, tuttavia contumace, è stato poi giudicato colpevole di crimini di guerra). Sebbene il film sia distribuito solo in circuiti femminili di New York, è stato utilizzato dal Tribunale Criminale Internazionale nel perseguire i responsabili di violenze nelle crisi iugoslava e ruandese, tanto che, per la prima volta nella storia, un tribunale ha potuto dichiarare il ratto delitto contro l'umanità.

STUPRI UMANITARI

Una canzone d'addestramento, notissima, accompagnata da gesti sconci, dice: «Questo è il mio fucile, questa è la mia pistola: uno è per uccidere, e l'altra è per divertirsi». Aveva 14 anni. Si chiamava Abeer. Significa “fragranza di fiori”. I soldati americani la notarono ad un posto di blocco. Cominciarono a seguirla e infastidirla. Il 12 marzo, dopo aver giocato a carte e mischiato il whisky ad una bibita energetica, e dopo aver provato qualche tiro a golf, hanno indossato abiti neri civili ed hanno fatto irruzione nella casa di Abeer, a Mahmoudiya, una città cinquanta miglia a sud di Baghdad. Hanno ucciso sua madre, Fikhriya, suo padre Qassim, e la sorellina di cinque anni, Hadeel, con pallottole in fronte. Poi, hanno “fatto i turni” per stuprare Abeer. Infine, l'hanno uccisa,. hanno inzuppato i corpi di kerosene, e hanno dato loro fuoco per distruggere le prove. Dopodiché, se ne sono andati ad arrostire ali di pollo sulla griglia.

Questi dettagli vengono dalla testimonianza giurata del soldato James P. Barker, uno degli accusati assieme al sergente Paul Cortez, al soldato scelto Jesse Spielman, ed al soldato scelto Bryan Howard; un quinto, il sergente Anthony Yribe, è accusato di non aver riportato l'accaduto, ma non di avervi partecipato. Barker, che è sotto processo, potrebbe evitare la pena di morte grazie all'ammissione di colpevolezza. 100 donne soldato americane hanno dichiarato di essere state stuprate dai loro colleghi mentre prestavano servizio in Iraq. L'ex-capitano di aviazione Reverendo Dorothy Mackey, stuprata all'interno dell'esercito americano, è in contatto con molte donne sopravvissute a tale violenza. Mackey ha spiegato come lo stupro delle donne da parte di soldati viene trattato come una componente della paga dei soldati.

Che lo stupro sia una pratica diffusa tra i soldati degli eserciti in guerra non è una novità. È ancor più grave che lo sia anche tra le forze armate in missione di pace, che in teoria dovrebbero tutelare i diritti umani. Secondo un rapporto ONU del 1999, a commettere violenze sessuali sono anche funzionari civili inviati dalla stessa ONU in zone di guerra. La relatrice del rapporto, Radhika Coomaraswamy, ha riferito di abusi sessuali di “brutalità inimmaginabile”, illustrando una mappa delle violenze che spazia dai Balcani all'Africa Australe, dal Sud Est Asiatico all'America latina. Tra gli episodi documentati ce n'è uno che riguarda il Kosovo e risale al 1999 (ci sono anche i fatti addebitati ai militari italiani in missione in Somalia negli anni tra il 1992 e il 1995).

Le violenze sessuali non sono peraltro l'unica forma di violenza contro le donne di cui si sono macchiate le “forze di pace” di stanza in varie aree del mondo. Agli stupri si possono infatti aggiungere omicidi e torture di vario genere. Il rapporto ONU prende in considerazione anche le violenze subite dalle donne in conflitti più convenzionali di quelli in cui sono coinvolti caschi blu e affini. E qui le cose vanno anche peggio, ad opera di eserciti regolari e non: Schiavitù sessuale, matrimoni forzati o anche più moderni arruolamenti coatti. Sullo sfondo, una condizione di subalternità che le donne scontano a tutte le latitudini, con livelli sconsolanti in paesi come l'Afghanistan, il Burundi o la Sierra Leone.

Nel marzo del 2005, le autorità sudanesi arrestarono quattordici persone, fra cui responsabili dell'esercito e delle forze di sicurezza, accusate di stupri e crimini di guerra nel Darfur. Organizzazioni come Black Women's Rape Action Project e Women Against Rape, che da decenni esigono giustizia e protezione per le donne e che lavorano con richiedenti asilo politico di tutto il mondo che sono fuggite allo stupro, sanno benissimo che la maggior parte delle donne che sopravvivono allo stupro in qualsiasi parte del mondo, trovano che è quasi impossibile parlare delle loro vicissitudini. Si sentono umiliate e si vergognano, specialmente perché la società e la giustizia criminale di solito accusano le donne per quello che è loro successo.

Sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, le donne spesso definiscono il processo di chi le ha attaccate “un secondo stupro”, perché è lo stato mentale e la storia sessuale della donna a essere esaminata pubblicamente per distruggere la sua credibilità e mandare libero lo stupratore. In altri paesi, l'ostilità nei confronti della vittima può essere ancora più estrema: le donne che sopravvivono allo stupro possono non essere più maritabili, ostracizzate e perfino uccise.

Le bambine di appena nove anni che erano state stuprate sotto Saddam Hussein si vedevano rifiutare le cure ospedaliere, e questa pratica continua sotto l'occupazione. Un avvocato iracheno ha detto che la sua cliente, un'ex-prigioniera di Abu Ghraib, “svenne prima di fornire maggiori dettagli dello stupro e delle coltellate subite da parte dei soldati americani”. Cinque ex-detenute hanno dichiarato al loro avvocato che sono state picchiate, ma non hanno detto di essere state stuprate: “Non ve lo possiamo dire. Abbiamo famiglia. Non possiamo parlare di quello che è successo” (Los Angeles Times, 12 Maggio 2004).

“Una mia collega è stata arrestata e portata [ad Abu Ghraib]. Quando, dopo che venne rilasciata, le chiesi che cosa era successo, si mise a piangere. È molto difficile parlare dello stupro. Ma penso che sia successo”. La Prof. Huda ha dichiarato che la donna rimasta incinta come risultato dello stupro da parte di un soldato americano adesso è scomparsa e può essere stata uccisa: “Quando sono andata a casa sua i vicini mi hanno detto che lei e la sua famiglia avevano cambiato casa” (Guardian, 10 Maggio 2004). A meno che non ci siano prove fotografiche che documentano gli stupri, le autorità non sembrano voler riconoscere quello che succede. Non ci sono state dichiarazioni o scuse per stupri e altre torture di donne e ragazze. Secondo dichiarazioni del Pentagono, esistono almeno due CD di foto contenenti parecchie centinaia di immagini di truppe americane “che abusano” di prigionieri, tra cui “un prigioniero iracheno picchiato fino a farlo svenire, atti sessuali con una prigioniera, e festeggiamenti sopra un cadavere” (Guardian, 10 Maggio 2004).

Che lo stupro e la tortura sessuale vengano usati come pornografia non è cosa nuova. Women Against Rape (WAR) ha dichiarato che in Gran Bretagna, in tempi “normali”, foto e dichiarazioni di testimoni dove la vittima descrive il suo stupro vengono spesso fatte circolare per il loro valore pornografico nelle prigioni da uomini condannati per stupro oltre che tra la polizia. Il Ministro della Difesa Geoff Hoon, commentando le fotografie sulle torture da parte di truppe americane e britanniche, ha dichiarato: “Non vedo nessuna prova di tortura sistematica durante gli interrogatori” (Guardian, 7 maggio). Donald Rumsfeld ha dichiarato pubblicamente che le foto e i video che ritraggono le atrocità peggiori devono ancora essere rese pubbliche; vi sono voci che contengano scene di stupri di donne e bambini.

I primi casi di abusi sessuali dei caschi blu in Congo vennero alla luce due anni fa. Dopodiché, le missioni di pace nel mondo sono finite nell'occhio del ciclone: ben 259 accuse di stupro sono state presentate contro il personale delle Nazioni Unite di mezzo mondo (Kosovo, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Congo, Burundi). La Monuc, la missione ONU in Congo, In un paese martoriato dalla guerra civile, è quella dove i caschi blu hanno dato il peggio, secondo le testimonianze delle presunte vittime. Si va dal “semplice” favoreggiamento della prostituzione, fino alla pedofilia (sembra fosse piuttosto diffusa la pratica di costringere bambini affamati ad avere rapporti sessuali con i caschi blu, in cambio di razioni alimentari supplementari). Pratiche aberranti, aggravate anche dal fatto che vengono compiute su popolazioni già provate da anni di guerre e violenze.

Eppure, negli anni passati, i caschi blu sono stati più volte “graziati” per la scarsa volontà politica dei loro stati di risolvere il problema (due anni fa fece scalpore la decisione del Marocco di processare sei peacekeepers, impiegati in Congo, per crimini sessuali). Secondo Amnesty International, che ha fatto una valutazione approssimativa, un minimo di “decine di migliaia di donne e ragazze sono state sistematicamente stuprate e torturate” in Congo fin dall'inizio del conflitto nel 1998. La SFVS (Synergy for Women Victims of Sexual Violence) che fornisce sostegno alle vittime di stupro al GESOM (Groupe d'Entraide et de Solidarité Médicale) a Goma, dice che si è assistito a un aumento drammatico di queste aggressioni. Secondo Justine Masika, che lavora nel centro di Goma, nei primi tre mesi del 2006, a North Kivu sono stati riportati circa 750 casi, una cifra sei volte più alta della media.

Questi dati sono stati confermati anche da Immaculee Birhahekam, coordinatrice di Promotion et Appui aux Iniziatives Feminines (PAIF), un'organizzazione femminile che lavora con le superstiti alle violenze di genere, con sede a Goma. Dal 2004, PAIF collabora con Medica Mondiale per raccogliere le testimonianze di un numero crescente di vittime di stupro. Negli ultimi tre anni, la commissione investigativa interna delle Nazioni Unite, l'OIOS (Office of Internal Oversigh Service), ha confermato le relazioni delle organizzazioni congolesi per i diritti umani che hanno denunciato i molti casi di stupro di donne e le ragazze congolesi da “operatori di pace” delle Nazioni Unite, in “cambio” di una piccola somma di denaro o di cibo (lo scandalo “Sex for Food”,ndr). A dispetto della politica “tolleranza zero” per gli abusi sessuali delle Nazioni Unite, gli stupri sono in costante aumento.

L'organizzazione per i diritti umani Medica Mondiale e la Lobby Europea delle Donne chiedono protezione, supporto professionale e giustizia per le vittime e punizioni severe per i colpevoli. I responsabili devono essere finalmente consegnati alla giustizia e rispondere di fronte ai tribunali nazionali e internazionali. Inoltre, dovrebbe essere finalmente introdotto un codice di condotta e un addestramento preparatorio che punti all’aumento dell’attenzione sulla violenza di genere. “Nonostante la politica Nato di tolleranza zero sulla violenza sessuale e lo stupro da parte di soldati e operatori di pace, sappiamo che queste regole non sono ancora state tradotte in pratica di addestramento militare”, ha detto la dottoressa Monika Hauser, direttore esecutivo di Medica Mondiale.

SOMALIA AFFAIR

La missione in Somalia sarebbe dovuta essere una missione di pace, o meglio, di mantenimento della pace, un’opera di “peace-keeping”. L'intervento in Somalia, promosso dalle Nazioni Unite come “Restore Hope” (Restaurare la Speranza), era stato denominato “umanitario”. Nella primavera del 1997, il settimanale Panorama pubblica foto e testimonianze su sevizie che sarebbero state compiute da militari italiani, paracadutisti della Brigata «Folgore», a danni di civili somali. Il Governo decise di istituire una Commissione Governativa d'inchiesta al fine di indagare a fondo sui fatti riportati e per rispondere alle esigenze di chiarezza davanti al terribile sospetto di violenze perpetrate da nostri soldati. A far parte della Commissione vennero chiamati: il professore Ettore Gallo in qualità di Presidente, l'onorevole Tina Anselmi, la professoressa Tullia Zevi, il generale di corpo d'armata dell'Esercito Antonino Tambuzzo ed il generale di corpo d'armata in ausiliaria dei Carabinieri Cesare Vitali.

La Commissione presentò le sue conclusioni nell'agosto 1997. Nel frattempo, però, ulteriori dubbi sul comportamento dei militari italiani in Somalia vennero sollevati dalla apparizione di un diario tenuto da un sottufficiale che aveva partecipato alla missione italiana, il maresciallo Aloi. Venne così deciso di riaprire l'inchiesta. «Trasmettevo per competenza le denunce di violenza sessuale (io ero addetto ad altre mansioni), ma dei miei rapporti non c’è traccia», affermò Aloi. «Ad alcuni episodi di violenza ho assistito. Non si trattava di prostitute, erano per lo più donne che lavoravano al campo e che subivano il ricatto di accondiscendere o essere cacciate. In ogni campo degli italiani c'era l’ 'angolo dello stupro', un luogo dove avvenivano le violenze. Ilaria Alpi (la giornalista uccisa, ndr) sapeva: una sera mi ha portato a vedere un episodio di stupro. Lei ha scattato anche delle foto con una piccola macchina fotografica che avevamo comprato insieme (una piccola macchina fotografica risulta guarda caso fra gli oggetti scomparsi dal bagaglio della giornalista, ndr)».

I lavori della Commissione governativa hanno messo in luce i riscontri oggettivi di almeno tre episodi: lo stupro di una ragazza somala, l'uso degli elettrodi come strumento di tortura o di inaccettabile pressione psicologica, i maltrattamenti a danno di tre somali poi accompagnati nell'ospedale degli Emirati Arabi. Pur tuttavia, la Commissione ritenne che l'operato complessivo dei militari in Somalia fosse stato fondamentalmente all'altezza delle nostre tradizioni e delle finalità di pace e soccorso umanitario della missione «Restore Hope». La Commissione Difesa concluse che le evidenti ed oggettive carenze e responsabilità avrebbero dovuto trovare collocazione nelle dimensioni quantitative della missione.

E i colpevoli che fine hanno fatto? Nel febbraio del 2001, la Corte d’Appello di Firenze ha dichiarato prescritto il reato di abuso d’autorità contestato, nella fattispecie, al solo maresciallo della Folgore Valerio Ercole.

Data articolo: dicembre 2006

postato da: Herta1971 alle ore 22:33 | link | commenti (3)
categorie: guerra, stupro
giovedì, 27 marzo 2008

QUESTA E' LA GUERRA DI CHI ? 

IRAQ:
L'infanzia sta morendo

Dahr Jamail e Ahmed Ali

 

bambino iraqbambini iracheni

 

bimbi iracheni

bimbi iracheni 1

BAQUBA, 11 marzo 2008 (IPS) - In Iraq sono i bambini i più colpiti dall’occupazione Usa, molto più che tutte le altre fasce della popolazione. Secondo le Nazioni Unite, mezzo milione di minori iracheni sarebbero morti durante gli oltre 12 anni di sanzioni economiche che hanno preceduto l’invasione Usa del marzo 2003, soprattutto a causa di malnutrizione e malattie.Ma la malnutrizione infantile in Iraq è aumentata del 9 per cento da allora, secondo un rapporto internazionale diffuso da Oxfam lo scorso luglio. Uno studio dell’organizzazione umanitaria non governativa Save the Children mostra che l’Iraq continua ad avere il più alto tasso di mortalità infantile al di sotto dei cinque anni; un aumento del 150 per cento dalla prima guerra del Golfo. Si stima che un bambino su otto in Iraq muoia prima del quinto compleanno: 122mila minori morti solo nel 2005, in un paese di 25 milioni di abitanti.Un dossier del Fondo Onu per l’infanzia pubblicato questo mese riporta che “almeno due milioni di bambini iracheni non godono di un’alimentazione adeguata, secondo le stime del Programma alimentare mondiale sull’insicurezza alimentare nel 2006, e devono affrontare una serie di minacce tra cui abbandono scolastico, mancanza di servizi di immunizzazione e malattie associate alla diarrea”.

L’IPS ha intervistato tre bambini di diversi distretti di Baquba, la capitale della instabile provincia irachena di Diyala, 40 chilometri a nord-est di Baghdad.

Firas Muhsin ha sette anni e vive a Baquba con la madre. Il padre è stato ucciso due anni fa da alcuni militanti che lo hanno freddato nel suo negozio.

Firas va a scuola per quattro ore al giorno vicino casa sua. In qualche rara occasione esce a giocare con gli amici dei vicini, ma sempre sotto l’occhio attento di sua madre.

Firas non può allontanarsi a più di dieci metri da casa; la madre ha paura degli stranieri. Oggi i sequestri di bambini iracheni sono diventati frequenti, e molti pensano che vengano venduti come manodopera minorile o schiavi del sesso.

Di recente alcuni funzionari iracheni e operatori umanitari si sono detti preoccupati per il ritmo allarmante in cui i minori scompaiono in tutto il paese.

Omar Khalif è vicepresidente dell’Associazione delle famiglie irachene (IFA), un’Ong istituita nel 2004 per registrare i casi dei bambini scomparsi o vittime del traffico di minori. A gennaio ha riferito ai giornalisti che in media ogni settimana almeno due bambini iracheni vengono venduti dai propri genitori; e che ogni settimana viene denunciata la scomparsa di quattro bambini.

“I numeri sono allarmanti”, ha detto Khalif. “C’è un aumento del 20 per cento nei casi registrati di bambini scomparsi in un anno”.

Ogni giorno Firas passa ore seduto fuori casa a guardare le persone che passano. È il suo unico sbocco verso l’esterno. Il pomeriggio, la madre lo chiama in casa per fare i compiti; e dopo cena, la sua grande speranza è poter vedere i cartoni - se c’è elettricità nel loro generatore privato.

La madre ha poco cherosene, che serve per il riscaldamento. “Mio figlio ha freddo e io non posso permettermi il cherosene”, ha spiegato all’IPS.

Molti bambini dell’età di Firas non vanno neanche a scuola. Secondo l’Onu, il 17 per cento dei bambini iracheni non frequenta mai la scuola primaria, e altri 220mila interrompono la scuola perché sono stati sfollati con tutta la famiglia. A questi si aggiungono 760mila bambini che hanno lasciato la scuola primaria nel 2006.

Questi poi sono i dati che riguardano il paese, e non comprendono le centinaia di migliaia di bambini e giovani iracheni che interrompono o abbandonano la scuola perché le loro famiglie sono fuggite in altri paesi. Secondo l’Unhcr, sono almeno 2,25 milioni gli iracheni che hanno lasciato il paese.

Qusay Ameen ha cinque anni e vive con la madre, il padre, due sorelle e un fratello. Il padre era sergente nel precedente esercito, e adesso è disoccupato. Riceve una pensione mensile di 110 dollari. Cerca di sostenere la famiglia vendendo sigarette per strada. La madre di Qusay è casalinga. Qusay spera di cominciare la scuola il prossimo anno, quando compirà sei anni.

Dopo colazione, sempre un piatto semplice come pomodori fritti e pane, Qusay vuole giocare, ma non ha nient’altro che una piccola macchinina di plastica rotta che il fratello ha trovato vicino alla casa dei vicini. È più felice quando va a trovare i vicini, perché hanno un’altalena in giardino.

Come la maggior parte dei bambini iracheni oggi, Qusay ha sempre vissuto nel bisogno. Non può quasi mai permettersi dei dolci, o dei vestiti nuovi.

La casa in cui vive con la famiglia è piccolissima: una stanza da letto e uno spazio che viene usato sia come cucina che come bagno. Dormono tutti in una stanza, che nei mesi invernali è molto fredda. Non hanno abbastanza letti o coperte, e devono dormire vicini per potersi scaldare.

La casa ha i servizi basilari, e ovviamente non c’è la televisione né gli elettrodomestici. C’è un piccolo fornello a cherosene che viene usato sia per cucinare che per scaldarsi.

Secondo il Fondo Onu per l’infanzia, solo il 40 per cento dei bambini in tutto il paese ha accesso all’acqua potabile sicura, e solo il 20 per cento della popolazione fuori Baghdad ha una rete fognaria funzionante. Circa 75mila bambini fanno parte di famiglie che vivono in rifugi temporanei.

Ali Mahmood, 6 anni, vive con lo zio a Baquba da quando i genitori sono rimasti uccisi da un colpo di mortaio due anni fa, in un bombardamento casuale. Il prossimo anno comincerà la scuola primaria vicino casa dello zio.

Le giornate di Ali sono tutte uguali, molto tranquille. I suoi unici amici sono i figli dello zio. Quando vanno a scuola, lui resta tutto il tempo da solo. Sembra che la famiglia dello zio non sia in grado di occuparsi di lui. Lo zio Thamir sta facendo del suo meglio, ma la vita è difficile, e Thamir deve già badare a una famiglia numerosa.

Ali è stato privato di quasi tutto nella sua infanzia; non ha un posto dove giocare, né cose con cui giocare. E non ha nessuno che pensi al suo futuro.

E ha già delle responsabilità che lo attendono: gli hanno detto che dovrà occuparsi di suo fratello minore quando crescerà.

Firas, Qusay e Ali sono tutti bambini, ma nessuno di loro vive la vita di un bambino. (FINE/2008)


postato da: Herta1971 alle ore 14:16 | link | commenti (3)
categorie: bambini, guerra